Fiducia contro violenza

Nel mondo sono ancora purtroppo moltissime le donne che subiscono violenza.
La violenza comincia con il tentativo di arginare, limitare, esautorare, annientare,
la volontà della donna e la sua sfera di iniziativa in ogni campo.
La prima fase della violenza è l' aggressione dello spazio vitale.
La gravità di questa aggressione simbolica può essere pericolosamente sottovalutata.
Si tratta di una aggressione non ancora direttamente fisica
che però deve essere il primo segnale di allarme
per comprendere la volontà di sopraffazione da parte dell' uomo
o, più precisamente, del maschio di essere umano.
Questo livello di aggressione nelle società maschiliste,
ed è quasi impossibile, se non del tutto impossibile, trovare eccezioni,
trova un ampio consenso sociale, difficilmente contrastato anche dalle donne.
Secoli di educazione alla sottomissione delle donne tramandata da donne
hanno fatto danni incalcolabili e la solidarietà di genere,
salvo ambienti particolarmente sensibili e culturalmente forti nel campo
è uno degli ostacoli alla piena reazione della vittima alla violenza.
Alla aggressione dello spazio vitale di una donna da parte di un uomo
non è scontato che le altre donne reagiscano contro l' uomo
ed è purtroppo probabile che si verifichi il contrario.
Che la trasmissione dei comportamenti codificati di genere
passi per le donne invece che per gli uomini,
non esclude che la figlia sia spinta a sottomettersi nei confronti del maschio,
sia esso padre, fratello, fidanzato o marito
e la trasmissione matrilineare del maschilismo
rafforza l' assunzione da parte femminile.
L' aggressione dello spazio vitale della donna
tende ad ottenere la sua ritirata verso la sfera privata.
Alla aggressione dello spazio vitale segue quella verbale
che si aggiunge alla prima per rafforzarla
sia cercando di dissuadere la reazione sia per rafforzare la sottomissione.
La violenza verbale consiste, in primo luogo,
nel cercare di annientare la stima che la donna ha di se,
sia in termini concettuali che fisici.
La denigrazione delle qualità professionali e morali
si accompagna alla denigrazione dell' aspetto fisico.
La denigrazione serve a indebolire ulteriormente
la capacità di reazione della vittima.
Alla aggressione dello spazio vitale e alla aggressione verbale
segue, se non si accompagna, quella fisica.
Quando la donna non è riuscita a reagire alle prime due
o anche quando la sua reazione è stata superiore alle attese del maschio,
il maschio ricorre alla aggressione al corpo della donna
colpendo alcuni obiettivi in particolare,
perché rappresentano l' ultima difesa materiale
e l' ultima sfera psicologica e fisica da proteggere da parte della vittiima.
Colpire il volto e le mani serve a impedire l&#ultima reazione
e colpire le parti sessualmente sensibili rappresenta il colpo decisivo.
Reagire a questa serie di aggressioni richiede una forza psicologica notevole
prima ancora che fisica, e un carattere formatosi
a dispetto della educazione ricevuta
e a dispetto dei modelli sociali vigenti e imposti da secoli di maschilismo.
La logica del maschilismo tende ad attribuire alla donna
anche la colpa di essere stata aggredita e violentata
attribuendole comportamenti eversivi rispetto alla routine sociale
. A questa logica obbediscono anche moltissime donne
che si schierano con il maschio contro le altre donne
come degli esseri gregari rispetto all essere dominante
invece che come esseri solidali con la vittima dello stesso genere.
Il modello sociale maschilista è rigidamente gerarchico e piramidale
e non si distanzia dalle abitudini di un BRANCO di animali,
anche se fra gli animali esistono branchi dominati da femmine
e con una forte solidarietà tra femmine.
Dopo aver subito la aggressione, quindi,
la vittima si trova di fronte alla necessità di reagire psicologicamente
e di sfogare dolore fisico e psicologico in un ambiente protettivo.
Ma anche in questa fase il ruolo delle donne più vicine
siano esse nonne, madri, sorelle, amiche,
rischia di essere di ulteriore repressione della personalità della vittima
- negando in assoluto la veridicità del racconto della vittima
- attribuendo la colpa della violenza subita alla vittima invece che al carnefice
- spingendola a non denunciare e a perdonare addirittura il colpevole
Poter raccontare la violenza subita e riceverne la solidarietà verbale e morale
è invece fondamentale per la vittima per superare la violenza stessa
ed attribuirne correttamente responsabilità morali e penali al maschio,
che nella maggior parte dei casi al mondo è il coniuge
(fidanzato, compagno, marito, ex marito).
Credere al racconto della vittima,
reale nella stragrande maggioranza dei casi,
è quindi il primo messaggio di solidarietà, doveroso
e una forma di partecipazione e sostegno alla reazione della vittima.
Questa forma di partecipazione e sostegno nei confronti della vittima
può esporre a ritorsioni da parte del branco,
che cercherà sistematicamente di negare ogni validità a quel racconto
in nome della violenza della maggioranza rispetto alle vittime in minoranza.
Nei casi di piccole comunità il branco può essere costituito
dal 90 per cento ed oltre della comunità
costituitasi di fatto parte incivile nei confronti della vittima e di chi la sostiene.
I casi di cronaca di violenze reali negate per salvare la faccia del maschio
si trovano tra le righe dei giornali e tra le notizie sussurrate dei telegiornali.
Spesso nella negazione della violenza da parte del branco
intervengono fattori di classe e di origine geografica.
La violenza di un maschio di famiglia borghese
contro una donna proveniente da una famiglia proletaria o operaia
costituisce una ulteriore violenza sociale e prinvata e fonte di de/legittimazione.
Alla violenza di classe si aggiunge in molti casi
quella legata alla origine geografica :
ad esempio contro donne di minoranze etniche o immigrate
da parte di maschi appartenenti alla etnia maggioritaria.
In questi casi la volontà del branco di screditare la vittima
ma anche chiunque la sostenga diventa ulteriormente incisiva
ed una ulteriore forma di violenza e di minaccia di ulteriori violenze.
Dalla lettura di saggi dei centri di ascolto di donne che hanno subito violenza,
di cui qui si può avere una parziale ma internazionale bibliografia,
emerge con evidenza che dopo la violenza
il primo passo è cercare di raccontare
e a volte la vittima ha bisogno di molti anni
prima di riuscire a raccontare e denunciare la violenza subita.
Quando riesce a farlo è evidentemente fondamentale
che riceva fiducia, attenzione, solidarietà da parte di chi la ascolta
per poter, non dimenticare, ma superare i traumi subiti con la violenza.
Non dare alla vittima che si à confidata la fiducia, e la solidarietà
costituisce una ulteriore violenza nei confronti della donna vittima di aggressione.
Dare fiducia alla donna che si confida raccontando la violenza subita
rappresenta quindi una scelta di solidarietà verso la vittima
e di contrapposizione rispetto al carnefice,
che avrà notevole importanza per la vittima
ma anche per il carnefice ed il branco che lo sostiene.
Essere a fianco della vittima contro il carnefice è una scelta da compiere
contro qualsiasi calcolo egoistico rispetto alla forza del branco.
Non compiere quella scelta equivale a schierarsi con la bestialità del branco.
e con la bestialità del carnefice.
La denuncia contro il carnefice e il branco
servono a respingere l' attacco simbolico
e a limitare lo spazio di propaganda del branco
smontando con determinazione ogni suo tentativo di auto-giustificazione
La responsabilità morale e penale della violenza
deve essere chiaramente attribuita al carnefice e a chi lo sostiene
e al carnefice con i suoi sostenitori deve essere attribuita la vergogna.

Marco Sbandi - 23 gennaio 2015 Mogador (Marocco)

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